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Impegno politico

Mario Bonzanini nasce il 27 febbraio 1923 a Cilavegna (Pavia) da una famiglia dedita, oltre che alla cura dei campi, all’esercizio del mediatorato e del trasporto di merci a Novara. Scrive nella sua biografia il 7 giugno 1946: “fui assunto come disegnatore tecnico dagli stabilimenti FIAT di Torino e vi rimasi per due anni, dal 1940 al 1942. Contemporaneamente mi feci, mediante studio privato, una certa cultura professionale ed artistica per l’esame di accesso all’Accademia di Belle Arti e per l’insegnamento del disegno in scuola media. (…) venni assunto nel 1942 in una scuola media di Vigevano come insegnante di disegno fino alla chiamata alle armi”. Alla chiamata alle armi, che avviene nei mesi drammatici che seguono l’Armistizio dell’8 settembre ’43, decide di disertare: “Più volte renitente, fui fermato a Novara da dove, aiutato dal compagno Merlo Dante, cercavo di guadagnare la zona partigiana. Trasferito in una caserma di Asti, vi rimasi per due giorni e disertai”.
Tornato a Cilavegna, entra in contatto con l’antifascista Pietro Omodeo Zorini, “Lenìn”, il sarto del paese: “Aderii al Partito Comunista nell’ottobre 1942. Feci parte del Comitato di Sezione come membro della Segreteria a Cilavegna. Dopo l’arresto del compagno Omodeo Zorini Pietro divenni Segretario della Sezione. Dall’inizio del 1944 sebbene ricercato per renitenza e diserzione, svolsi intensa attività organizzativa in Lomellina (…). Fui arrestato a Cilavegna dalla SS tedesche il 29 dicembre 1944 (…). Tradotto a Mortara fui sottoposto ad un stringente interrogatorio perché rivelassi indicazioni sul compagno Giannini allora ispettore e su alcuni compagni di Cilavegna (…). Dopo la permanenza di circa un mese nelle carceri di Pavia col compagno Quacini e il compagno socialista Perri, fui trasferito a San Vittore da dove, dopo circa un mese, partii per il campo di concentramento di Bolzano”. In una più recente biografia Bonzanini ricorda i dettagli della fuga: “Milano, San Vittore, braccio dei “politici”. Dopo una ventina di giorni la voce di un tedesco si ripercosse alta sotto le volte del braccio: era la chiamata per un trasporto d’ignota destinazione. La sera ci caricarono su due autobus doppi. Davanti e dietro due autoblindo. Il convoglio uscì da Milano verso Brescia. Ero capitato nel mezzo, accanto al tunnel di giunzione del rimorchio, con due ragazzi di Mortara ed un medico di Milano. A notte i tedeschi di scorta si erano assopiti. Con una lametta, accuratamente nascosta dal dott. Perri, uno dei ragazzi addossato al soffietto del tunnel si mise a tagliare il telone cerato. Il rumore era soverchiato dallo scarico della motrice. Una stretta di mano; il primo infilò la testa nel taglio e scomparve. Aspettammo. Il fiato in gola. Nulla. il secondo. Io fui il terzo. Sentii l’aria della notte. Con le mani mi appesi alla scaletta. Trascinai fuori le gambe e mi lasciai cadere sull’asfalto. Le ruote dei rimorchi mi sfiorarono la mano che avevo puntato per rotolare nel fossetto della strada: nel momento che vi caddi passò la seconda autoblindo: qualche centinaio [di metri] più avanti dondolava la luce schermata di un posto di blocco. Ero a Lazise, sul lago di Garda”. Dell’autista che lo salvò fornendo la lametta, Giuseppe Raggi di Albuzzano, conoscerà il nome solo molti anni dopo.
Di ritorno a Cilavegna, Mario partecipa all’insurrezione. Ma il giorno della Liberazione in paese non viene festeggiato: il 26 aprile i soldati del presidio tedesco ancora stanziato nei locali dell’oratorio uccidono Giuseppe Campana, Carlo Pizzarelli e Giovanni Omodeo Zorini che intimavano loro la resa. Dal balcone del Municipio dove si era insediato il CLN Mario darà notizia della Liberazione.
Dopo aver ricoperto per alcuni giorni il ruolo di Ispettore del Partito in provincia, entra a far parte della Segreteria Federale come responsabile della sezione Stampa e Propaganda e direttore dell’organo della Federazione “La Voce Pavese”. Il 21 settembre ’46, durante una conferenza di partito al teatro Fraschini di Pavia, Bonzanini risponde apertamente ad alcune critiche mosse dal segretario della Federazione Beniamino Zucchella alla “Voce Pavese”, che era stata intanto sostituita con un nuovo giornale, il “Corriere della Provincia”. Al di là del pretesto insignificante, colpisce il fatto che un giovane membro del partito abbia osato muovere una critica a un dirigente di grande prestigio, dando l’idea di un gruppo dirigente diviso. Temendo un frazionamento del partito, Zucchella convoca la Segreteria e ordina una commissione d’inchiesta, che decide per l’espulsione di Bonzanini dal Partito. Tale provvedimento provoca nel dicembre del ’46 il ricorso della sezione di Cilavegna che chiede il riesame del caso, definito ingiusto e calunnioso: la Direzione della Federazione nomina una nuova commissione d’inchiesta che, in un clima più sereno, conclude che Bonzanini deve essere riammesso nel Partito. I documenti relativi, di cui è presente una copia nell’archivio Bonzanini, fanno parte dell’archivio della Federazione Provinciale del PCI, ora presso l’Istituto Pavese per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea.
Nel 1951 Bonzanini torna dunque a sedere in Consiglio Provinciale come rappresentante del PCI e ottiene l’accoglimento della mozione “Per lo studio dei problemi attinenti alle case coloniche antigeniche” che darà luogo ad un convegno a Pavia il 16 dicembre dello stesso anno. Partecipa come delegato ai Festival della Gioventù che si tengono nel 1951 a Berlino, nel ’57 a Mosca. Nel ’56 viene nominato assessore ai lavori pubblici del Comune di Vigevano, dove nel frattempo si è stabilito ed ha aperto uno studio di progettazione. L’impegno professionale, assorbendo tempo ed energie, lo induce ad abbandonare la politica attiva. Ma l’attività di progettista non sarà che la prosecuzione del medesimo impegno sotto altra forma.